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Recentemente si sono compiuti dei progressi nella diagnosi delle malattie genetiche. In passato la diagnosi veniva effettuata sulla base della sintomatologia e dei precedenti familiari. Pertanto non sempre era facile raggiungere la certezza di una diagnosi in casi particolari. Inoltre era ancor meno possibile fornire un’informazione precisa circa la probabilità di mettere al mondo figli malati. DIAGNOSI PRENATALE Oggi le tecnologie consentono di giungere alla diagnosi genetica già durante la gestazione. Esistono due metodi principali per consentire ciò:
L’amniocentesi permette di giungere alla diagnosi di malattie derivanti da alterazioni numeriche e/o strutturali dei cromosomi o anche dei geni. Consiste nel prelievo di liquido amniotico tra la quindicesima e la diciottesima settimana di gravidanza e viene consigliato quando l’età materna è superiore a 35 anni o in caso di ereditarietà per malattie genetiche, anche perché comporta dei rischi di aborto. Nel campione che viene prelevato sono presenti cellulre di sfaldamento del feto, che vengono successivamente coltivate in laboratorio e analizzate per l'individuazione di anormalità cromosomiche. La villocentesi invece è una metodica che consiste nel prelevare pezzi di placenta , che vengono poi utilizzati per lo studio dei cromosomi. Viene effettuata intorno la decima settimana di gestazione. DIAGNOSI NEONATALE Quando l’analisi deve essere effettuata su dei pazienti in cui si presenta un sospetto clinico il primo passo è quello di isolare i linfociti dal sangue periferico. A questo punto vi sono due metodi: uno di genetica classica, che consiste nell’analisi del cariotipo, e una di biologia molecolare, che ha come presupposto l’estrazione del DNA.
Storicamente l'analisi citogenetica ha rappresentato un importante strumento di diagnosi : consiste nell’analisi al microscopio ottico del cariotipo, cioè dei cromosomi che rappresentano il nostro patrimonio genetico. Essa permette l’identificazione di alterazioni del DNA di una certa entità quali importanti delezioni di parti del cromosoma, traslocazioni, inversioni, duplicazionio presenza di aneuploidie (es. la trisomia del cromisoma 21 o meglio nota come sindrome di Down). Una modificazione alla normale analisi citogenetica è costituita dalla FISH (fluorescent in situ hybridation) in cui alcuni tratti del DNA (dette sonde) vengono marcati con differenti fluorocromi e successivamente fatti appaiare a cromosomi ottenuti dalle cellule arrestate in metafase.
Quando invece si conosce il gene responsabile della malattia la diagnosi genetica viene fatta mediante la biologia molecolare. Non esiste una sola tecnica di biologia molecolare ma tutte hanno come presupposto l’estrazione del DNA. Una delle tecniche più comunemente usate è il Southern blot. Si tratta di digerire il DNA totale del paziente con enzimi di restrizione e ridurlo in frammenti. Questi, dopo una corsa elettroforetica su gel, successivo trasferimento e immobilizzazione su filtro, vengono sottoposti ad ibridazione con una sonda contenente il gene che interessa. La presenza di bande elettroforetiche diverse da quelle attese evidenzieranno eventuali alterazioni. Alcune malattie sono causate da piccole delezioni o inserzioni di nucleotidi, non evidenziabili al Southern blot. Si può procedere dunque col metodo della PCR, che permette di amplificare specificatamente il tratto indagato di DNA e successivamente analizzarlo attraverso corsa elettroforetica. In altri casi, si può amplificare il tratto indagato con un primer il cui nucleotide coincida con quello che viene cambiato nella mutazione. In questo modo il DNA con la mutazione non dovrebbe amplificarsi; una controprova si può avere disegnando un primer identico al precedente, ma con un nucleotide mutato: l’amplificazione dovrebbe ottenersi nei malati. Una precisazione migliore si
ottiene tuttavia sequenziando l’intero gene, consentendo di definire esattamente
l’alterazione nucleotidica.
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